Quadro e cornice - ACRacale

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Quadro e cornice

 
Quadro e cornice

di don Totò Tundo
Versione completa dell'articolo pubblicato sul libretto per la festa in onore di S. Sebastiano

A Racale c’è chi pensa che S. Sebastiano sia una festa più che un santo. Sono quelli che con largo anticipo cercano di sapere ciò che si vuole organizzare, con quali ditte e quali artisti, per poter esprimere il proprio compiacimento, si spera, a volte per poter affermare con certezza matematica che “si sarebbe potuto fare di più” magari a prezzo migliore! E quando si preparano gli spazi e le strade, sono là, a complimentarsi “che quest’anno le luminarie sono migliori, ma meno belle di quelle di tre stagioni passate …” o a ricordare con nostalgia che “ai tempi nostri era tutto diverso, più bello e gustoso”!
Probabilmente, per impegni diversi non potranno partecipare all’ottavario e, se verranno al triduo, misureranno con scrupolo il tempo dell’omelia, per sottilizzare sui cinque minuti in più o in meno e quindi decidere “se il predicatore è stato bravo” o se “avrebbe fatto meglio a starsene zitto”! Valuteranno ancora l’itinerario e le presenze della processione, i cantanti e i pezzi di banda, le bancarelle e il loro giro d’affari, quindi, collegando i diversi elementi, esprimeranno il loro giudizio sull’andamento della festa; un giudizio che, amplificato, sarà riportato nei paesi limitrofi, per amore di campanile, e che resisterà nel tempo per essere canone di misura dei sansebastiano a venire.
E basta? È solo questa la festa? Un fascio di esclamazioni di disappunto o di soddisfazione fatte girare più o meno a caso, noncuranti delle tante persone che hanno sudato anche più di sette camicie, per montare un’architettura siffatta?
Vorrei ricordare a tutti che il nucleo di una festa religiosa è la lode al Signore e il ringraziamento perché, nel santo protettore, abbiamo un modello di vita cristiana da imitare, un amico al quale guardare per attingere coraggio e speranza nei momenti in cui la tristezza diventa più cupa, ma non lo farò. Vorrei dire con forza che il resto è cornice, qualcosa che, rimanendo a margine, esalta, non offusca, l’opera d’arte che custodisce, ma parlerò in altro modo.
Mi rendo conto, infatti, che la festa del protettore deve essere un’occasione di gioia non solo per coloro che si riconoscono nella fede in Cristo e che, conseguentemente, si sforzano, con alterna fortuna, di viverla nella concretezza del quotidiano, ma anche per coloro che, pur non rigettando la religione, per scelta, per fragilità o distrazione, non hanno collocato Gesù proprio al centro della loro esistenza. A tutti, senza distinzione e con profonda umiltà, vorrei augurare di vivere il 28, 29 e 30 maggio serenamente e col sorriso sul volto. Riscopriamo il valore dell’incontro a livello familiare prima di tutto, impegnandoci, in un serio sforzo di riconciliazione, a rimarginare quelle lacerazioni che spesso nascono da incomprensioni da nulla ed esasperano screzi che potrebbero essere superati con un pizzico di volontà e buon senso. Incontriamoci anche tra parrocchie e tra i diversi gruppi ecclesiali, per vivere quel momento di fraternità che ci aiuterebbe a riscoprire chi siamo e ad offrire quella testimonianza coerente e luminosa di vita cristiana che da più parti ci viene richiesta. Sarebbe molto bello se riuscissimo anche ad incontrare la persona che incrociamo sul nostro cammino, a prescindere dalla fede in cui crede, dalle sue idee, dall’impegno politico o dal ruolo sociale, semplicemente per il gusto di guardarsi negli occhi e scoprire nell’altro le stesse trepidazioni che ci scompigliano l’anima e capire che il fratello che ho davanti, sia esso musulmano o buddista, sindaco o presidente, imprenditore o operaio, in fondo comunque è povero cristo in cerca d’un cireneo, o, almeno, d’una Veronica.
Se poi riusciremo ad aprire non solo il cuore, ma anche la nostra casa, l’incontro diventa accoglienza, ci coinvolge nel nostro primo spazio vitale e ci porta a condividere non solo la strada, ma anche la sedia e la mensa. Non è cosa da poco, perché urta contro il naturale istinto di marcare e difendere il territorio e ciò che pensiamo sia nostro, eppure dobbiamo capire che sono questi i fondamenti “umani” di quella comunione sacramentale alla quale diciamo di tendere.
“Riconciliazione”, “incontro”, “accoglienza”, “condivisione”, “comunione”, penso siano le parole che dobbiamo riscoprire ed articolare perché sia bella la festa che in S. Sebastiano ha il simbolo, in Cristo lo stile ed i contenuti, nell’Uomo, con le sue grandezze e fragilità, ma senza etichetta né titolo, il protagonista ed il termine.
E sarà soddisfazione piena sedere in piazza, insieme, a godere delle luminarie, ad attendere i fuochi ascoltando il Rigoletto o la Traviata, a spettegolare sull’arciprevate che, anche questa volta avrebbe fatto meglio a starsene zitto …


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